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PDNews 26 GENNAIO 2020
Storie della memoria

Storie della memoria

Conosci le storie delle donne e degli uomini che hanno pagato con la vita il prezzo più caro della ferocia nazi-fascista.

di La redazione

Quest'anno commemoriamo il Giorno della Memoria con le storie delle donne e degli uomini che hanno pagato con la vita il prezzo più caro della ferocia nazi-fascista.

Sono le vittime dell'orrore dei campi di sterminio, dei campi di lavoro e prigionia, del confino, e sono gli invisibili che vennero uccisi nei letti di ospedale perché considerati "rifiuti della società".

I siti usati per lo sterminio furono in totale circa 42.500; all'interno di questi, i prigionieri venivano "codificati" e "classificati" in base a gruppi creati sulla base dei motivi dell'arresto. I simboli usati erano in stoffa, affibbiati sulla casacca all'altezza del petto sulla sinistra, e sui pantaloni all'altezza della coscia destra. I criteri per l'identificazione degli internati variavano però a seconda dei luoghi di detenzione e del trascorrere del tempo. In ogni caso, l'assegnazione di un prigioniero a una categoria dipendeva dalla decisione della Gestapo, e alla fine le suddivisioni finirono per essere confuse.

 

Gli ebrei venivano identificati con due triangoli gialli sovrapposti (a rappresentare la Stella di David), i rom con un triangolo marrone, le persone disabili, i malati di mente, le prostitute, le donne omosessuali con un triangolo nero, i testimoni di Geova con un triangolo viola, i maschi omosessuali con un triangolo rosa, gli oppositori politici con quello rosso. Mentre un triangolo di colore verde identificava i delinquenti comuni, che generalmente svolsero il ruolo di kapo.

 

Di seguito puoi approfondire le storie delle vittime a cui abbiamo dedicato dei brevi video disponibili sulla nostra pagina Facebook

 

Pio Foà

Nasce a Milano il 6 giugno 1894, quinto di sei figli di Enrico e Giulia Rossi. Nel 1914 ottiene il diploma di maturità al Liceo Berchet e l’anno successivo è volontario nel Regio Esercito Italiano. Fatto prigioniero dagli austriaci, è internato nel campo di Mauthausen. Dopo la Grande Guerra si laurea in Lettere e Filosofia e dal 1923 è docente presso il Liceo Berchet. Nello stesso anno si sposa con Michelina Biancotti: dal matrimonio nascono tre figli, Anna, Enrica e Giorgio. Non accettando di iscriversi al Partito Nazionale Fascista, nel 1936 è trasferito a Varese e successivamente, a seguito delle leggi razziali del 1938, è espulso dalle scuole del Regno. Il professor Foà prosegue l’insegnamento presso la scuola ebraica di Via Eupili. A febbraio 1942 rimane vedovo. Dopo l’8 Settembre a seguito dell’inizio della caccia agli ebrei da parte degli occupanti nazi-fascisti, cerca di organizzare l’espatrio verso la Svizzera con i tre figli. Solo la figlia maggiore Anna riesce a raggiungere la libertà, mentre Pio Foà, con i figli Enrica e Giorgio, vengono fermati a Monte Olimpino (CO), in prossimità del confine, il 31 ottobre 1943. Detenuti per oltre un mese a Milano, il 6 dicembre 1943 sono deportati dal Binario 21 con il “Trasporto 12” ad Auschwitz, dove saranno assassinati subito dopo l’arrivo.

 

Andrea Lorenzetti

Nato ad Ancona nel 1907, si trasferì a Milano in giovane età. Venne assunto prima dal Crédit Commercial de France e poi, nel 1934, dallo studio di Antonio Foglia, presso il quale iniziò ad occuparsi di borsa, fino a diventare procuratore nel 1937. Nell’autunno del ’42 si avvicinò al movimento socialista e partecipò attivamente alle riunioni per rifondare il PSI. Nominato responsabile de “L’Avanti”, entrò nella segreteria del partito nel 1944 e, nel marzo dello stesso anno, fu uno degli organizzatori degli scioperi che bloccò la produzione industriale delle fabbriche milanesi per una settimana intera. Pochi giorni dopo la fine dell’agitazione, Lorenzetti venne arrestato e incarcerato a San Vittore, dove rimase in isolamento fino al 27 aprile del ’44. 

Deportato al campo di Fossoli prima e al lager di Mauthausen poi, venne smistato al sottocampo di Gusen III, dove vi rimase fino alla liberazione, che avvenne il 5 maggio 1945. Provato fisicamente dalle difficili condizioni di prigionia, venne ricoverato in ospedale. Qui si spense dieci giorni dopo, il 15 maggio 1945.

 

Pierre Seel

Unico omosessuale a testimoniare gli orrori nazisti. Il suo orientamento sessuale lo portò, a 17 anni, ad essere torturato e arrestato dalle SS nel 1941. Finì nel campo di Schirmeck-Vorbrück, dove venne condannato ai lavori forzati, alle botte e alle umiliazioni continue per sei lunghi mesi. Ma il momento più drammatico fu quando i nazisti presero di mira Jo, il suo ragazzo. Gli strapparono i vestiti, lo denudarono anche della sua stessa dignità. Gli infilarono un secchio in testa e immediatamente liberarono i cani che iniziarono a sbranarlo fino a che le urla cessarono e lui morì.

Pierre riuscì a tornare in Francia, nel 1944, dove ebbe la possibilità di ripartire da zero: si sposò ed ebbe anche tre figli. Negli anni ’80 rivelò il motivo della sua deportazione nei campi nazisti, dopo che il vescovo di Strasburgo intraprese una forte campagna omofoba. Si impegnò affinchè fosse saputo ovunque che anche le persone omosessuali furono vittime dei nazisti, parlando di "Omocausto" (che provocò la morte di almeno 7mila omosessuali nei campi di concentramento).

Nel 2001 vinse la sua battaglia: lo sterminio degli uomini omosessuale non era più un tabù. Si è spento nel 2005. 

 

Johann Trollmann

Furono più di mezzo milione i rom e i sinti morti nei campi di sterminio. Trollman nasce nel 1907 nella Bassa Sassonia da una famiglia di zingari sinti, soprannominato ‘Rukeli’ ‘alberello’.
È un peso medio atipico per l’epoca, ricorda Muhammad Alì, che nascerà 30 anni più tardi. 

Nel 1933, in conformità con le leggi di Norimberga, agli ebrei venne vietata la partecipazione agli eventi sportivi, per cui la cintura dei medio-massimi del Reich, detenuta da Eric Seelig, rimase vacante. A contendersela vengono invitati Johann Trollmann e Adolf Witt.  Il primo danza, schiva e colpisce dalla prima ripresa fino al termine. Il pubblico ama quel pugile spettacolare, rapido e bello, e il sinti sconosciuto si appresta a ricevere la corona di campione del pugilato ariano. Georg Radamm, gerarca nazista presente fra il pubblico, non può sopportarlo e impone ai giudici un verdetto di pareggio. I berlinesi, però, si ribellano e consegnano la cintura al pugile zingaro. L’entusiasmo della folla commuove Trollmann, incapace di trattenere le lacrime. Una settimana dopo la Federazione Pugilistica del Terzo Reich annulla l’assegnazione del titolo perché ‘piangere’ non fa parte dello spirito del combattimento.

Venne sterilizzato per evitare che trasmettesse i geni sinti, nel pieno della guerra venne costretto a lasciare la sua famiglia per metterla al riparo dalle persecuzioni naziste e finì arruolato in prima linea. Da lì a poco venne deportato nel campo di Neuengamme, dove i kapo gli imposero di combattere contro una guardia, ma lui era in condizioni di estrema debolezza e malnutrizione. Nonostante ciò, Johann riuscì a vincere e mise ko il suo avversario Emil Cornelius, umiliandolo di fronte a tutti. Ma la sua "punizione" arrivò molto presto: l’8 febbraio del ’43 Trollmann viene ucciso a badilate. 

 

Roberto Lepetit

Anche coloro che scelsero di aiutare chi era perseguitato finirono vittime del regime nazista. Roberto Lepetit, nato nel 1906 in provincia di Como, lasciò gli studi molto giovane per collaborare con lo zio nell’impresa di famiglia, prima Lepetit-Dufour e successivamente Ledoga S.A., che si occupava di fornire prodotti chimici e farmaceutici. L’attività crebbe fino a diventare tra le più importanti non solo in Italia, ma anche all’estero. Contro la sua morale, si iscrisse al Partito Nazionale Fascista nel 1930: in realtà non nasconde a nessuno la sua avversità al regime, e vede con soddisfazone la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943. Subito dopo l’8 settembre si avvicina alla Resistenza alla quale non fa mancare il proprio contributo, sia operativo che economico. Sia la Polizia della Repubblica di Salò che la Polizia tedesca cominciano a controllarlo, e il 29 settembre 1944 è arrestato in ufficio a Milano e condotto a San Vittore. Tutti i tentativi di liberarlo non hanno successo. Il 17 ottobre 1944 è deportato a Bolzano ed il 20 novembre con il “Trasporto 104” a Mauthausen. È in quarantena sino al 4 dicembre e poco dopo trasferito a Melk. Da qui il 11 aprile 1945 è trasferito ad Ebensee. Muore il giorno prima della liberazione del campo, anche se alcune testimonianze sostengono che sia sopravvissuto ancora per qualche giorno.

 

Le persone disabili

La macchina d’odio del regime nazista non si arrese neanche di fronte alle persone disabili. Il contesto storico della Germania degli anni ’30 è quello di un Paese che riduce i fondi destinati agli istituti psichiatrici e alle case di cura, così da alimentare le tendenze omicide verso le persone con disabilità. Ma la propaganda di regime aveva già studiato tutto nei minimi dettagli: in fondo non tutte le vite meritano di essere vissute, a meno che tu non sia un bianco, sano, ariano, eterosessuale e nazista. Nell’ottobre del ’39 Hitler approvò il progetto “eutanasia”, in cui si parlò di “concedere la morte pietosa a malati considerati incurabili, dopo un’attenta valutazione delle condizioni di salute”. Fra questi, c'erano 5000 bambini, con problematiche legate all’apprendimento o ai disturbi comportamentali, che vennero uccisi.

L’operazione T4, invece, riguardò l’omicidio degli adulti disabili: i primi furono i malati mentali, poi i portatori di malattie congenite ed ereditarie, gli psicopatici, gli anziani infermi e infine gli asociali. Le cosiddette “vite che non meritano di essere vissute”.

Secondo la terminologia di regime, nel 1941 si calcolano 80.000 “posti letto liberati”, che nella realtà furono le 80.000 persone assassinate.

 

 

I testimoni di Geova 

Nel 1933, l’anno dell’ascesa al potere di Hitler, i testimoni di Geova erano circa 25.000, i quali, al contrario della Chiesa, si mostrarono fin da subito dissidenti nei confronti della dottrina nazional-socialista. Per questo motivo, furono tra i primi a denunciare le atrocità del regime, mettendo a nudo tutte le verità sulla dittatura.

Narcisio Riet era un testimone di Geova italiano, identificato dai nazisti come "coordinatore per l'italia" dell'attività degli studenti biblici (I.B.V.). Egli venne processato dai nazisti per le sue attività di “violazione delle leggi sulla sicurezza nazionale” e per aver assunto una “posizione importante nell'Associazione Internazionale degli Studenti Biblici”.

Fu condannato a morte il 23 novembre 1944.