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06 LUGLIO 2018

Oltre la politica del nemico

Gli strateghi della comunicazione politica ci insegnano che avere un nemico è uno dei punti fondamentali per costruire la proposta e rafforzare la propria identità.
Questo governo sembra applicare alla lettera questo principio.
Salvini in particolare.

Non passa giorno che non individui un nemico del Paese contro cui lanciare i suoi strali e “assicurare” agli italiani di prendere le loro parti, contro chi rischierebbe di danneggiarli o togliere diritti. 

 

I migranti, i rom, Saviano, l’Europa. Ora la magistratura e i vaccini. Fino a Mattarella. Il tutto in nome di una presunta tutela da assicurare. Da perfetti imprenditori dell'ansia e della paura, politici come Salvini diventano i registi della propaganda del contro, dei no, dei muri e dei fili spinati. Inscenando un dibattito pubblico che altro non è che la perenne sfida tra chi difende l’Italia e chi legittima i “cattivi".

 

 

Un lessico elementare, aggressivo, ostile alle lungaggini e soprattutto ai ragionamenti. È su questo che si basa la comunicazione del governo autoproclamato populista. Un governo che costringe noi democratici a misurarci in una sfida del tutto inedita, dopo che Lega e Cinquestelle hanno vinto una campagna elettorale prolungata, tutta basata sulla narrazione per cui la politica è nemica del popolo. Una narrazione che è prevalsa, decretando la nostra sconfitta. Siamo stati sconfitti anche perché siamo stati deboli nel raccontare i cambiamenti positivi prodotti dalle nostre politiche, le sfide affrontate, le misure rivelatesi efficaci sul governo dell'immigrazione, sul sostegno al lavoro, sul contrasto alla povertà.


 
È a livello locale - e penso, naturalmente, soprattutto al laboratorio di Milano Metropolitana - che abbiamo costruito argini che hanno maggiormente tenuto e contenuto la propaganda populista. E li abbiamo costruiti con la politica del fare. Quella che ascolta i cittadini, ne intercetta i bisogni e lavora, con approccio pragmatico, alla ricerca di soluzioni. Che devono essere sempre soluzioni per tutti. Un approccio a cui non interessa tirare righe per terra e dividere tra un "noi" positivo in cui specchiarci e un "loro" a cui addossare colpe vere o presunte.

Anche per questo, oggi, Milano - dopo Expo, dopo la partita di EMA, sfumata per un soffio - torna sul palcoscenico mondiale con un'altra importante sfida come la candidatura alle Olimpiadi invernali.

 

Se vogliamo che il Partito Democratico torni a essere incisivo nella politica nazionale dobbiamo riconoscerlo: non possiamo limitarci ai nemici da combattere, né tantomeno a difendere inerzie e rendite di posizione. Dobbiamo invece impegnarci in proposte concrete e progetti da costruire.

Noi lavoriamo per questo.