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06 GIUGNO 2018

L'Italia chiamò

Una piazza straordinaria.

Venerdì scorso, a Milano, ha vinto l’orgoglio civico di chi non si arrende né si piega all’arroganza di una politica disposta a calpestare perfino la nostra Costituzione per i propri scopi elettorali. 
 

Le oltre 4000 persone, che hanno aderito alla manifestazione L’Italia chiamò, sono la migliore risposta a chi qualche ora prima - dopo il dietrofront di Di Maio e Salvini e la formazione del governo Conte - ci chiedeva se ne valesse ancora la pena scendere in piazza.
Dovevamo essere lì, come milanesi, come lombardi, come cittadini del Nord Italia, con lo sguardo rivolto verso l’Europa unita e i suoi valori. Valori che abbiamo sentito in pericolo, minacciati da due esponenti politici, Di Maio e Salvini, che non hanno mai fatto mistero delle loro vocazioni sovraniste e antieuropeiste.

 

Sono orgoglioso della risposta di Milano, una città che ancora una volta – come fu nel 2015 con Nessuno Tocchi Milano – si è schierata in prima fila, per manifestare la sua appartenenza ai valori democratici e a quelli dell’Europa unita. E sono orgoglioso del nostro PD, che ha saputo spalancare le porte alla società civile e raccontare un’altra bella storia di mobilitazione civica, aperta e plurale, contro chi non fa che parlare di chiusura, muri, dazi e intolleranza. I loro modelli sono la Russia di Putin e l'Ungheria di Orban, il nostro orizzonte è un'Italia che conta nell'Europa unita. 
 

Io, nel "noi siamo un’altra cosa", ci credo davvero. Ma oggi non basta più dirlo, dobbiamo dimostrarlo. Ecco perché da quella piazza, adesso, dobbiamo ripartire. Unendo chi crede nei valori democratici, per un’opposizione seria, nel merito, e per costruire un fronte ampio, progressista, europeista.