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17 OTTOBRE 2017

10 anni di PD, le radici nel futuro

Chi mi conosce sa quanto poco mi appassioni il dibattito sulla legge elettorale. Discussioni estenuanti e tecnicismi che chi vive fuori dalla politica fatica a seguire.

Ma ci sono due aspetti del Rosatellum bis, come è stata ribattezzata la legge approvata alla Camera, che mi sta a cuore sottolineare: la salvaguardia della quota maggioritaria e l’introduzione di collegi piccoli.

Due elementi che rimettono al centro il rapporto fra eletto e elettore, fra cittadini e politici, e rendono praticabile un tipo di campagna elettorale fatta faccia a faccia,  permettendo ai cittadini di esprimere il loro giudizio rispetto ai programmi e all’operato concreto dei politici. Insomma, l’elettore torna al centro e con lui il rapporto con chi fa politica, che è il vero elemento di forza e valore all’interno del nostro Partito.

Governare e misurarsi col proprio consenso sono due elementi legati all’essenza stessa del Partito Democratico.

Credo che uno dei maggiori problemi della sinistra sia l'aver rispolverato un’antica predisposizione alla sconfitta; si è quasi imposta un’arroganza elitaria che scansa pragmatismo e compromessi. È la miopia e l’incapacità di un campo troppo ripiegato su se stesso, più interessato ad essere il simbolo di un malessere sociale piuttosto che al cercare di essere soluzione e risposta a quel malessere stesso.

Ma non porsi come soluzione di governo vuol dire proprio condannarsi all’inconsistenza storica e politica.

In questo solco, tra lo stallo dei partiti che non vollero porsi la prerogativa di governare, si è inserito il progetto del Partito Democratico. E allora sono certo che dare continuità al manifesto politico impresso da Walter Vetroni, 10 anni fa al Lingotto di Torino, significhi portare avanti il progetto di un partito a vocazione maggioritaria. Un progetto che non punta tanto a rappresentare una componente identitaria. Bensì, forte della Sua identità - forte perché capace di far funzionare gli strumenti di democrazia interna, le primarie ad esempio – si pone l’ambizioso obiettivo di conquistare nel Paese i consensi necessari a portare avanti un programma di governo, che punta sulle riforme.

Essere riformisti vuol dire avere la forza di rialzarsi dopo la dura battuta d’arresto subìta il 4 dicembre, vuol dire essere capaci come il Partito Democratico oggi di coniugare sviluppo ed equità (35 anni fa avremmo detto meriti e bisogni). Ma governare, e conservare quindi una vocazione maggioritaria, vuol dire non professarsi un partito autosufficiente, ma piuttosto valorizzare l’alleanza all’interno di un fronte di centrosinistra ampio e solido.

Siamo nati come somma di storie e culture che ci hanno preceduto che fanno del nostro PD, benché così giovane, un partito dalla grande e significativa eredità politica che dobbiamo impegnarci a preservare come garanzia del pluralismo. Senza dimenticarci, però, che siamo nati con l’ambizione di cambiare il mondo. Rilanciamo quest’ambizione e facciamo finalmente di quella somma una sintesi che si rigenera, e crea nuove possibilità e nuove risposte ad una società sempre più globalizzata e in continuo cambiamento.